I am Angela MariaLa Torcia Olimpica
la torcia olimpica

Il valore della fiamma olimpica

La torcia olimpica come responsabilità educativa: storia, valori e sport attraverso la testimonianza di Stefano Podini, ex atleta e presidente federale.

La torcia olimpica è uno dei pochi oggetti sportivi che non misura una prestazione, ma un valore. Non assegna punti né record. «La torcia non è un oggetto. È una responsabilità», dice Stefano Podini.

Imprenditore, ex atleta di pallamano, cinque volte tedoforo e presidente della Federazione Italiana Giuoco Handball, Podini – a detta di Malagò – custodisce una delle collezioni private di torce olimpiche più complete al mondo: 44 esemplari, dai Giochi di Berlino 1936 a Milano-Cortina 2026, esposti fino al 29 marzo al Museion di Bolzano, luogo multiculturale e multilinguistico che rappresenta l’idea dell’incontro e del valore olimpico.

«Non le colleziono per possederle. Le custodisco per restituirle», afferma con fermezza. Nell’antica Grecia, a Olimpia, il fuoco non viaggiava. Bruciava nei templi durante l’ekecheiria, la tregua sacra che sospendeva le guerre per permettere agli atleti di gareggiare in sicurezza. La fiamma non serviva a esibire forza, ma a ricordare un limite condiviso. «Era un patto. Prima ancora che uno spettacolo», sottolinea.

La staffetta della torcia olimpica, così come la conosciamo oggi, nasce nel 1936 ai Giochi di Berlino. Un’innovazione potente, ma anche carica di propaganda. In quell’occasione, ai vincitori delle medaglie d’oro veniva consegnata anche una piantina di quercia, simbolo della presunta purezza e forza ariana. «Un tentativo di usare lo sport per affermare un’ideologia».

La storia, però, prese un’altra direzione. Le vittorie di atleti afroamericani come Jesse Owens e Cornelius Cooper Johnson smentirono quella narrazione. Johnson portò con sé la quercia e la piantò nel giardino di casa a Los Angeles, dove cresce ancora oggi in un quartiere multietnico. «Un simbolo pensato per dividere è diventato un segno di convivenza». Uno degli esempi più chiari di come lo sport possa ribaltare il significato dei simboli. Non cancellando il conflitto, ma trasformandolo.

«Lo sport non elimina la competizione. La rende confronto regolato, rispetto per l’avversario, accettazione del limite». Questa etica non riguarda solo chi gareggia. Infatti, ai Giochi Olimpici si riflette anche sugli spalti, dove tifosi di nazioni diverse siedono fianco a fianco. «Lì capisci che lo sport può ancora educare», osserva Podini. «Il tifo diventa partecipazione, non aggressione».

Podini ha vissuto questo spirito anche come tedoforo, in cinque edizioni dei Giochi: Pechino, Vancouver, Londra, Rio de Janeiro e Milano-Cortina. «In quel momento non rappresenti te stesso. Stai portando qualcosa per gli altri».

Oggi, in un mondo attraversato da nuove tensioni, la torcia olimpica continua a viaggiare come un linguaggio universale. Non promette la fine dei conflitti, ma ricorda una scelta possibile. «Il fuoco può distruggere o illuminare», conclude Podini. «Dipende da come lo accompagni».

Custodire la fiamma significa scegliere, ogni volta, che tipo di spirito sportivo vogliamo trasmettere.

Grazie alla rivista Gioco Pulito per avere ospitato il mio articolo.

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