I am Angela MariaUn castello da vivere
un castello da vivere

Il nuovo direttore Cristina Collettini racconta la sua visione per il Museo Castello del Buonconsiglio e la sua rete. Luoghi vivi, accessibili, internazionali, dove opere e spazi espositivi tornano a dialogare.

Mi accoglie nel suo ufficio al Castello del Buonconsiglio con il sorriso di chi sta vivendo intensamente la propria passione. Noto il pieghevole della membership card “Mi casa es tu casa” e quella frase sembra subito qualcosa di più di uno slogan: quasi una dichiarazione d’intenti. Perché, nelle parole di Cristina Collettini, il castello non è un luogo da contemplare a distanza, ma una casa della memoria da attraversare, ascoltare, vivere.

Specialista in restauro, con importanti esperienze al Ministero della Cultura, al Parco Archeologico del Colosseo e nelle Soprintendenze abruzzesi, Cristina Collettini è da dicembre 2025 il nuovo direttore del Museo Castello del Buonconsiglio – Monumenti e collezioni provinciali. Porta a Trento uno sguardo competente e appassionato. Per lei il patrimonio culturale è una presenza viva e potente, da ascoltare, custodire e valorizzare senza tradirne l’anima, perché possa continuare a parlare alla comunità e al mondo.

Quando ha capito che il patrimonio culturale avrebbe fatto parte della sua vita?

Venivo da una formazione classica che mi ha insegnato filosofia, letteratura e senso critico. Ero orientata verso giurisprudenza, ma negli ultimi mesi del liceo è rinato l’interesse per l’arte. Ho scelto architettura e, a poco a poco, il restauro dei monumenti è diventato il mio vero orizzonte.

Il restauro è tecnica, ma anche ascolto. Che cosa significa per lei restaurare un’opera?

Significa riconoscere che quell’opera ha un valore diverso dall’ordinario e assumersi la responsabilità di accompagnarlo nel futuro. Il restauro vive in quello che io chiamo “equilibrio instabile”: una bilancia sottile tra storia ed estetica, tutela e valorizzazione. Bisogna restituire leggibilità e bellezza, ma senza tradire la verità dell’opera.

La sua esperienza all’Aquila è stata segnata soprattutto dal tema della tutela. Che cosa le ha insegnato?

All’Aquila ho fatto della tutela il tracciato fondamentale della mia azione. Ma per me tutela non significa chiusura: significa preservare il patrimonio culturale, i monumenti e il paesaggio, senza ignorare la necessità di sviluppo del territorio. È un esercizio di buon senso, mai di compromesso: bisogna proteggere il valore, ma anche permettere alla comunità di continuare a vivere e crescere intorno a quel valore.

Tra i progetti presentati, “Omaggio all’Aquila” sembra avere per lei un valore particolare.

All’Aquila ho voluto dare un saluto speciale, ma anche creare un richiamo forte al Trentino. Le tre opere coinvolte hanno una valenza culturale e simbolica profonda. La pala d’altare che sarà restaurata al Castello del Buonconsiglio rappresenta Papa Celestino V nell’atto di donare alla comunità aquilana la Bolla del Perdono: un’immagine legata alla manifestazione religiosa e civile più importante per L’Aquila e per l’Abruzzo. Restituirla alla visibilità nell’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della cultura ha un significato molto forte.

Ma è anche un ponte verso Trento.

Sì. Due opere del Buonconsiglio sono state accolte all’Aquila per promuovere il Trentino in vista del 2027, anno del millenario del Principato vescovile di Trento: il Ritratto di Pietro Vigilio Thun di Giovanni Battista Lampi – ultimo principe vescovo prima della secolarizzazione –  e la Madonna con il Bambino di Bragadin, simbolo delle opere che tornano nel proprio territorio dopo guerre, dispersioni o eventi straordinari.

Il restauro sarà visibile al pubblico. Perché questa scelta?

Perché il restauro non va solo raccontato, va fatto vedere. Una parte del lavoro avverrà qui, al Castello del Buonconsiglio, così il pubblico potrà seguire quel processo paziente che accompagna un’opera verso una nuova vita. La mano del restauratore deve restituire leggibilità e bellezza senza alterare la verità dell’opera: da lontano l’immagine si ricompone, da vicino si distinguono le parti originali da quelle ritoccate.

È una prassi che intende portare avanti?

Sì. L’ho già sperimentata al Colosseo e all’Aquila: i cantieri di restauro devono essere visitabili. Il pubblico deve vedere che cosa accade dietro il risultato finale, quanta competenza, delicatezza e responsabilità servono per restituire vita a un’opera.

E al Buonconsiglio la bilancia dell’”equilibrio instabile” si è spostata verso la valorizzazione?

Sì, è stato un cambio di passo. Qui la tutela resta fondamentale, perché parliamo di castelli e palazzi di straordinario valore, ma il mio lavoro oggi è più orientato alla valorizzazione. Il Trentino, per me, è una terra di cerniera – come quella di una porta – non è un confine che separa, ma un luogo che collega culture, influenze e sensibilità diverse, è un luogo ideale per lavorare sugli equilibri.

Il Buonconsiglio non è solo un castello ma un sistema di castelli e palazzi. Qual è la sfida?

La rete funziona molto bene, perché la mia visione di museo è dinamica. La sfida è valorizzare insieme il contenitore e il contenuto: non sacrificare il castello alle collezioni, né le collezioni al racconto dell’architettura. Il visitatore deve poter leggere tutto in un unico percorso, sentendo che opere e luoghi dialogano tra loro.

E allora cosa succede quando la Street Art entra a Castel Caldes?

Succede quello che è successo al Buonconsiglio quando sono arrivata io: un vero tsunami. In questo caso, la APT della Val di Sole ha capito il valore di Castel Caldes e lo sta valorizzando con il nostro contributo scientifico. La Street Art porta dentro il castello un linguaggio immediato, forte, a volte sovversivo, che non chiede permesso per arrivare al pubblico. Parla subito, e ognuno può riconoscere in un autore o in un’opera il messaggio che, in quel momento, gli appartiene di più.

Castel Caldes come laboratorio di contaminazione?

Sì, il legame con il castello non è una forzatura. Passa attraverso lo stencil. Una tecnica antica e contemporanea insieme. Così le decorazioni cinquecentesche di Castel Caldes entrano in dialogo con l’arte urbana, mostrando come certi ritmi grafici, certe trame e certi gesti possano attraversare i secoli e continuare a parlare. Il castello diventa un laboratorio di contaminazione tra arte storicizzata e contemporanea, tra museo e territorio. La contemporaneità non è meno nobile dell’arte antica: è una fase della stessa linea del tempo.

Da luglio al Castello del Buonconsiglio si potrà visitare il nuovo percorso egizio. Che cosa rappresenta?

È una cartina di tornasole del progetto culturale che vorrei portare avanti. C’è il riallestimento permanente della collezione egizia e una mostra temporanea collegata: studio, ricerca, collezionismo, relazioni con i musei archeologici di Napoli e Firenze. Ma soprattutto c’è un’idea: il museo deve far vivere un’esperienza.

Un’esperienza sensoriale?

Precisamente. Il museo deve coinvolgere e rendere accessibile il contenuto attraverso linguaggi diversi. Vorrei che il visitatore potesse usare tutti e cinque i sensi: la vista, il tatto attraverso strumenti interattivi, l’udito con suoni e voci, l’olfatto con profumi diversi nelle sale, il gusto attraverso cibi antichi. Nella sala del Nilo ci saranno richiami ai fiori di loto; nella parte legata alla mummificazione, profumi di incensi. Non è un effetto fine a se stesso: è un modo per comprendere l’Egitto partendo dal Nilo.

Perché proprio l’Egitto?

Perché è una civiltà in cui arte, magia, simbolo e comunicazione sono inseparabili. Le immagini non erano solo rappresentazioni: dovevano agire, proteggere, accompagnare nell’aldilà. Il corpo è stato raffigurato nello stesso modo per millenni non per incapacità tecnica, ma per scelta simbolica. Ogni elemento aveva una funzione. Per questo l’arte egizia rimanda sempre a qualcosa che va oltre il visibile: effetto e contenuto si integrano perfettamente.

Street art a Castel Caldes, percorso egizio al Buonconsiglio: linguaggi molto diversi, ma un’unica idea di museo?

Sì. Sono linguaggi diversi, ma rispondono alla stessa visione: rendere il museo accessibile, vivo, capace di parlare a pubblici differenti. Accessibilità non significa solo eliminare barriere architettoniche, bensì trovare forme e linguaggi capaci di arrivare a tutti. Il museo deve educare, certo, ma deve anche lasciare un’esperienza personale, piacevole, memorabile, che susciti la voglia di tornare.

Lei parla infatti di “inversione dei castelli”. Che cosa significa?

I castelli nascono come presidi chiusi, difensivi, costruiti per proteggere e respingere. Oggi, invece, dobbiamo ragionare al contrario: il castello deve essere vissuto, deve accogliere la comunità, non tenerla a distanza. Se un monumento non viene abitato emotivamente, se resta freddo e separato dalla vita delle persone, perde la sua funzione. In qualche modo muore.

Qual è, allora,  la sua visione futura per il “sistema” Buonconsiglio?

Quando sono partita dall’idea che il museo dovesse essere accessibile a tutti e che ogni castello potesse diventare polo della propria comunità, mi mancava il Genius Loci. Infatti, un luogo bisogna viverlo, ascoltarlo, percepirlo, prima di comprenderne davvero le potenzialità. Ora sono convinta che ci sia spazio per una valorizzazione anche a livello internazionale. Se parlo di Egitto, devo considerare il Cairo; se parlo del Maestro Venceslao e di Torre Aquila, devo guardare alla Boemia. Il lavoro che stiamo facendo deve avere una dimensione extraterritoriale: partire dal Trentino ma dialogare con mondi più ampi.

Un museo, dunque, come luogo di dialogo?

Sì. Ai bambini racconto spesso una frase di Schopenhauer: davanti a un’opera d’arte bisogna comportarsi come davanti a un gran signore. Non si prende mai la parola per primi. Prima si vede. Poi si guarda. Infine si osserva. Solo allora può iniziare il dialogo.

Perché il passato non si custodisce fermandolo. Si custodisce facendolo vivere.

by am

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