La Fiamma storica
LA FIAMMA STORICA
Una fiamma che attraversa la storia e racconta l’essere umano.
Imprenditore, collezionista, cinque volte tedoforo, presidente federale, Stefano Podini con le sue 44 torce olimpiche – da quella dei Giochi di Berlino 1936 ad oggi – a detta di Malagò, custodisce una delle collezioni private più complete al mondo, in esposizione fino al 29 marzo presso il Museion di Bolzano.
«La torcia non è un oggetto. È una responsabilità», afferma Podini. E in fondo è vero: il fuoco olimpico non si possiede mai davvero. Quando lo stringi tra le mani puoi solo accompagnarlo per un tratto, vegliarlo per poi consegnarlo intatto a chi verrà. Ogni torcia è come una mano che affida qualcosa di fragile a un’altra mano. Se cade, si spegne. Se arriva, accende. In questo passaggio silenzioso vive una forma di bellezza essenziale, fatta di cura, fiducia e continuità.
Nell’antica Grecia – dal 776 a.C. – a Olimpia il fuoco non correva: bruciava. Ardeva nei templi, custodito giorno e notte. Non serviva a stupire, ma a ricordare che durante i Giochi Olimpici le armi dovevano tacere. Non era la fine delle guerre, ma un patto sacro: l’ekecheiria. I conflitti si sospendevano, affinché atleti e spettatori potessero raggiungere Olimpia in sicurezza. In quel contesto, la fiamma non era spettacolo, ma un segno: il momento in cui l’energia del fuoco cambiava natura, da violenza a rispetto. Anche questa è bellezza: non ornamento, ma scelta morale.
Ed è proprio questa forza simbolica, fragile e potentissima insieme, ad attraversare il tempo e a riaffiorare in epoca moderna introducendo novità. La staffetta della torcia olimpica, così come la conosciamo oggi, nasce infatti solo nel 1936 a Berlino, caricando il fuoco antico di nuovi significati e purtroppo anche di propaganda. Infatti, in quell’occasione, assieme alla medaglia d’oro, i vincitori ricevevano una piantina di quercia, simbolo delle presunte virtù germaniche e della purezza razziale. Le vittorie di atleti afroamericani come Jesse Owens e Cornelius Cooper Johnson ribaltarono però quel messaggio. Non solo, Johnson portò con sé la quercia e la piantò nel giardino di casa sua a Los Angeles, dove cresce ancora oggi in una comunità multietnica: l’esatto contrario dell’omogeneità immaginata dal regime nazista. Uno strumento di propaganda si trasformò, dunque, in testimone silenzioso di una verità più forte di qualsiasi ideologia.
Una verità che anima lo spirito olimpico: non schiacciare l’avversario, ma superare se stessi. Un’etica che – come ricorda Podini – non resta confinata al gesto atletico, ma si riflette anche sugli spalti, dove il rispetto prende il posto dell’odio e il tifo diventa partecipazione, non aggressione. La fiamma ce lo ha ricordato salendo sul Monte Rosa oltre i 4000mt., dove la competizione incontra l’ascolto della natura; attraversando il Lago di Garda, dove acqua e fuoco si sono incontrati in un equilibrio raro, ricordandoci che la bellezza nasce quando gli opposti non si sfidano, ma si riflettono e si custodiscono a vicenda. E fermandosi alla Campana dei Caduti “Maria Dolens” di Rovereto – simbolo internazionale di pace e fratellanza tra i popoli – dove la staffetta si è trasformata in un gesto di memoria e speranza, collegando idealmente i valori della tregua olimpica a quelli evocati dalla campana, che ogni giorno richiama alla pace e al rispetto reciproco.
La fiamma olimpica che viaggia tra popoli e paesaggi diversi diventa così un linguaggio universale, ricordandoci che il fuoco può distruggere oppure illuminare un incontro. Sta a noi decidere come custodirlo.
by am
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