Rolly Marchi e La Buona Neve
Una passeggiata con Rolly Marchi tra le vie di Trento diventa un viaggio nella memoria e nell’ironia di un uomo, che ha saputo trasformare la vita in leggenda dello sci italiano e internazionale.
Prima ancora delle imprese, dei nomi e delle date, Rolly Marchi è stato uno sguardo capace di riconoscere la Storia mentre accade. Tra tutte le Olimpiadi Invernali che ha raccontato, una gli è rimasta nel cuore più delle altre: le Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964, quando Franco Nones vinse l’oro nei 30 km di fondo. Non solo perché fu un’impresa impossibile — l’Italia che batte il Nord Europa nel fondo — ma perché da quel giorno Rolly sentì che lo sci nordico non era più un’eccezione. Con Nones, e accanto a lui, si adoperò perché il fondo diventasse cultura sportiva, racconto condiviso, disciplina finalmente popolare anche nelle nostre vallate.
Quello stesso sguardo, capace di cogliere l’eccezione e trasformarla in senso, lo ritrovo accanto a me quando, dopo i festeggiamenti per il suo novantesimo compleanno, Rolly ed io passeggiamo per le vie di Trento. Con il suo immancabile cappello da cow-boy cammina al mio fianco, i nostri passi sincronizzati in un’andatura soavemente rilassata nell’abbraccio del tramonto. La città è calma, immersa nel respiro lento della sera. Rolly assapora la sua Trento ritrovata, godendone ogni angolo con gratitudine.
Ci sediamo su una panchina. Si guarda attorno. È la sua città, diversa ma viva, specchio degli anni di studente birbante, quando – dopo qualche marachella di troppo – per completare gli studi liceali si trasferì a Rovereto, vivendo dai miei nonni, amici di sua madre. Sorride con una dolcezza antica quando nomina la madre. «L’unico vero amore della mia vita» dice piano. «Mi ha amato per nove mesi e non voleva lasciarmi al mondo.» Poi tace, come se quella frase bastasse a spiegare tutto. È in quel silenzio che comprendo una scelta che non ha mai avuto bisogno di essere dichiarata ad alta voce: Rolly ha voluto essere sepolto accanto alla madre, nel paesino trentino dove riposano le sue radici. Non in una città, non in un luogo simbolico, ma lì dove l’amore aveva avuto inizio. Come se, alla fine di tutti i viaggi, delle Olimpiadi, delle imprese raccontate, il ritorno più naturale fosse stato quello: tornare figlio.
Come se ogni ricordo riaffiorasse tra le pieghe del volto, mi accorgo che sto assistendo a un backup interiore della sua vita: i ricordi scorrono come diapositive nella luce del tramonto. Resto in silenzio, lasciandolo navigare tra le onde del passato. Percepisco un suo lieve disagio nel pensare al futuro. Non c’è angoscia, piuttosto la pacata emozione di chi sente la fine avvicinarsi ma conserva ancora una sorprendente curiosità per la vita. Comprendo allora che la vecchiaia può essere anche grazia, se vissuta con amore per ciò che è stato.
Il vento si alza. Rolly guarda lontano. «A novant’anni si pensa alla morte» mormora. «C’è ancora un dieci per cento… quanto ne godrò?» Gli occhi si velano, ma non di paura. Cerca un contatto, la presenza di qualcuno che ascolti. Intuisco che non teme la fine, ma la solitudine della fine. Mi stringe il braccio, come per ringraziare del silenzio condiviso. E io penso che la sua vita sia stata pienamente vissuta con la curiosità di chi non smette mai di raccontare.
«Rolly» gli chiedo piano, «com’è nata la 3-Tre?» Sogghigna, come se aspettasse quella domanda. «Ah, la 3-Tre! Un nome che mi ha regalato un amico balbuziente!» Ride. «Eravamo un gruppetto di ragazzi pieni di sogni. Volevamo portare lo sci internazionale in Trentino. Camillo Rusconi era spiritoso ma balbuziente. All’inizio, la gara si correva su tre montagne: Paganella, Bondone, Folgaria e durante una riunione cominciò: bi… bisogna far capire cch… che… trr… treee… e io lo interruppi. Avevo trovato il nome: Tre-Tre». Giornalista e motore mediatico, Rolly trasformò quell’intuizione in un marchio: ne curò il racconto, la promozione, l’identità. «Camillo era l’anima pratica,» aggiunge, «io facevo il chiacchierone, quello che portava in giro la leggenda della 3-Tre: Un teatro di neve e silenzio rotto dagli sci».
Sorridendo, gli ricordo la lettera T, una consonante, che nella sua vita è diventata un segno ricorrente: Tre-Tre, Trofeo Topolino, ma anche Trento, Trentino. Non etichette, ma intuizioni narrative. Un’ombra gli attraversa il volto. «Se Walt Disney non fosse morto così presto… chissà cosa sarebbe diventato il Trofeo Topolino!» Solleva il cappello, ne accarezza la tesa. «Me lo regalò lui. Eravamo amici. Avevamo tanti progetti.» Quel cappello e il maglione rosso con la T nera non sono un logo: sono una storia indossata: il rosso della passione, la T come simbolo dell’intreccio di vite, idee, amicizie.
Gli chiedo come definirebbe la sua vita. «Fortunata.» La parola resta sospesa. «Sono uscito vivo dalla guerra. Un amico mi è morto davanti, saltato per aria, e io non mi sono fatto nulla.» Si tocca la fronte, come a scrollare via il peso del ricordo. «Fortunato, perchè quello che ho iniziato è sempre andato bene.» Sospira. «Come il museo del K2 nel Karakorum in Pakistan. Un sogno realizzato per lasciare un segno del mio amore per le montagne e l’alpinismo italiano.»
Restiamo in silenzio ancora un momento. «Il tuo luogo del cuore?» Gli chiedo. «Cortina, perché la mia casa è attorniata dal silenzio.» Poi aggiunge: «Milano mi ha dato tanto. Trento mi vuole ancora bene.»
Rolly Marchi resta accanto a me, con la voce un po’ roca e lo sguardo limpido. Capisco che Olimpiadi, 3-Tre, Trofeo Topolino sono metafore di vita.
In fin dei conti, se c’è un’eredità che racconta Rolly, è proprio “La Buona Neve”, che per oltre vent’anni non fu solo la sua rivista, ma un modo di pensare: la neve come cultura e memoria. E Rolly morì toccando la neve vera, portata dalla collaboratrice e amica Beba, come un ultimo saluto a ciò che aveva amato raccontare.
Rolly Marchi (Lavis, 1921 – Milano, 2013)
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