La piazza che era un giardino
A volte la bellezza si rivela così: non mentre la si cerca, ma durante una chiacchierata in piazza, aspettando insieme un’iniziativa di comunità — come la visita gratuita della vista promossa dai Lions e accolta a Storo dall’amministrazione comunale. Da quella conversazione è emersa la storia di un luogo che molti attraversano ogni giorno, forse senza sapere quante vite abbia avuto: la piazza di Storo nella Valle del Chiese.
Oggi è spazio aperto, luogo di incontro, passaggio, sosta e comunità. Ma prima era il giardino chiuso e protetto della dimora nobile di Palazzo Cortella. La memoria locale lo ricorda circondato da mura, quasi un piccolo mondo separato dal paese. Chi l’ha conosciuto da bambino lo racconta come un luogo un po’ segreto, forse proprio per questo irresistibile: “Da piccoli andavamo su a giocare”.
Palazzo Cortella, ora municipio e spazio pubblico, custodisce anche una memoria risorgimentale. Qui Giuseppe Garibaldi tenne il suo quartier generale dal 14 al 24 luglio 1866. Da Storo si spostò poi verso Bezzecca, dove il 9 agosto avrebbe scritto il celebre “Obbedisco”. Qui accettò l’ordine di abbandonare il Trentino, arrivato alla postazione del telegrafo collocata proprio presso Palazzo Cortella.
Ma la storia di un luogo non è fatta solo di date solenni. Un paesano indica il portone e ricorda che lì, da bambini, si andava per le vaccinazioni. “Andavamo da soli, non come adesso che devono sempre essere accompagnati”. In quella frase c’è una nostalgia critica: un tempo i bambini imparavano l’autonomia anche camminando da soli per il paese. Oggi si rischia talvolta di proteggerli troppo, senza allenarli abbastanza all’indipendenza.
Anche il giardino del palazzo, intanto, cambiava destino. Secondo il racconto di chi ha visto trasformarsi quel luogo, non accadde tutto in una volta, ma per passaggi successivi. Prima una piccola apertura, poi una piazzetta, infine la piazza attuale. Da giardino di pochi a spazio di tutti.
E qualcosa di quel tempo è rimasto. Un albero, indicato come originario dell’antico giardino, continua a essere presenza viva. Le sue radici appartengono alla memoria privata, la sua ombra alla comunità.
Il mio interlocutore ricorda anche la torre e la “campana de la renga”, che avrebbe chiamato la gente alle riunioni pubbliche o avvisato in caso di allarme. Un suono che raccoglieva, convocava, univa.
In fondo, la piazza continua anche ora a fare la stessa cosa: chiama le persone a esserci. La bellezza della piazza di Storo non è solo architettonica. È nella memoria trasformata in spazio comune. È nel passaggio da recinto a incontro, da proprietà ad appartenenza.
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