I am Angela MariaMaria Domenica Lazzeri – la mistica trentina
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MARIA DOMENICA LAZZERI

La luce del dolore tra le pagine di Pino Loperfido e le immagini di Lia Beltrami

“Madre caritatevole oltre che madre dolorosa”: così lo scrittore e giornalista Pino Loperfido racconta Maria Domenica Lazzeri, mistica trentina dell’Ottocento che ancora oggi continua a essere percepita come una presenza viva, capace di custodire, ascoltare, intercedere, accompagnare. Riconosciuta Venerabile nel 2023, la sua figura parla non solo ai credenti, ma anche a chi intuisce che esistono vite capaci di oltrepassare i confini dell’ordinario e della ragione. Da Capriana, in Val di Fiemme, la sua storia oltrepassa confini e oceani, raggiungendo altri paesi, altre lingue, altre sensibilità, altre religioni e culture. Il suo, è un filo sottile e tenace di una donna segnata da una sofferenza fisica estrema e insieme da una luce inspiegabile, che continua a interrogare e sorprendere ancora oggi.

Basta un dato a incrinare ogni certezza: per quattordici anni Maria Domenica Lazzeri rimase a letto senza mangiare, senza bere, senza dormire. “E non solo”, ricorda Loperfido, che sentì parlare della mistica in modo fortuito ad un convegno, e da allora le ha dedicato due libri. Attorno a quel corpo immobile si addensano fenomeni che ancora oggi sfidano spiegazioni non semplici: le stigmate, il digiuno assoluto, un’esistenza sospesa tra dolore fisico e presenza spirituale. Ed è proprio da qui che nascono, insieme, smarrimento e attrazione.

Nel primo libro, La manutenzione dell’universo, Loperfido cerca di raccontarla in una prospettiva ampia, quasi universale, “al di là di quello che dice la Chiesa Cattolica”, spiega, “perché questa donna ha devoti in tutto il mondo”. Infatti, gli sono arrivate testimonianze da più parti, tra cui anche da ambienti buddisti e da realtà legate al cosiddetto respirianesimo, segno di quanto la sua figura continui a parlare a sensibilità spirituali molto diverse. “Dopo la presentazione a New York, credevo di avere scritto tutto su di lei”, confida. E invece è arrivato il secondo libro, Il dono, uscito anche in inglese e circolato nelle comunità italoamericane del New Jersey. Un titolo che non rimanda soltanto a qualcosa di ricevuto, ma anche a un dolore trasformato, accolto. La vita della Lazzeri, sottolinea Loperfido, ci riporta a ciò che oggi la società tende a rimuovere: la sofferenza, la morte, tutto ciò che ci interroga nel profondo e che per questo preferiamo nascondere. Non diciamo più “morto”, osserva, ma “si è spento”, “non c’è più”, “è scomparso”. Come se anche il linguaggio cercasse di evitare una verità troppo nuda.

Se Loperfido accompagna il lettore fino alla soglia del mistero, la regista Lia Beltrami prova a trasformare quella soglia in immagini. È da questa intuizione che nasce Voluntas Tua – Maria Domenica Lazzeri, la mistica delle Dolomiti, film realizzato con Alberto Beltrami in collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino. Ne è stato presentato recentemente un medley di circa trenta minuti, anticipazione di un film di novanta minuti, la cui uscita è prevista per settembre.

Lia Beltrami racconta di essersi avvicinata alla figura di Maria Domenica Lazzeri mentre frequentava la Val di Fiemme per realizzare un documentario su Franco Nones, campione olimpico di sci di fondo e figlio di questa terra, iniziando così un percorso di conoscenza, che negli anni si è fatto sempre più profondo, fino alla decisione di portarla sullo schermo. Una scelta delicata, perché tradurre in immagini una vicenda accaduta prima della nascita del cinema e legata a fenomeni che sembrano sottrarsi, per loro natura, alla rappresentazione significa misurarsi con ciò che resta invisibile senza tradirlo. Se le parole possono evocare e lasciare spazio al mistero, le immagini chiedono un rispetto ancora più profondo. Per questo il film sceglie la via dell’ascolto: raccoglie punti di vista, custodisce la complessità e rinuncia a imporre una spiegazione unica.

Già il titolo racchiude un destino. Voluntas Tua riprende le ultime parole attribuite a Maria Domenica Lazzeri: dopo avere chiesto più volte di essere liberata da quella prova, la donna avrebbe finito per accoglierla consegnandosi con un “Fiat voluntas tua” che, sottolinea Lia Beltrami, richiama la Passione di Cristo. È qui che la regista riconosce il cuore del racconto: non una sofferenza passiva, ma una scelta interiore, una forza che trasforma il dolore in offerta. E proprio da questa intuizione nasce anche uno degli aspetti che più la colpiscono: il fatto che la Passione, in questa storia, sia vissuta da una giovane donna di montagna. Pur immobile nel corpo, Maria Domenica sprigiona una presenza attiva richiamando Maria Maddalena e le donne del Vangelo, le prime a ricevere l’annuncio della Resurrezione e il mandato di comunicarlo. Anche nella Lazzeri, Beltrami vede una presenza femminile generativa, capace di custodire una chiamata e di farne testimonianza: non un modello di sofferenza in sé, ma una forza di trasformazione.

E poi c’è il legame con la terra natia. I boschi della Val Fiemme, che negli ultimi anni hanno sofferto ma i cui alberi comunque tendono sempre verso il cielo. C’è Capriana, ci sono i racconti della sua gente, c’è una comunità che non la sente lontana, ma viva. Nel film, Maria Domenica Lazzeri non appartiene soltanto alla storia religiosa: appartiene a un paese, a una valle, a una cultura di montagna fatta di durezza, fede, tenacia e condivisione. Lia Beltrami insiste sulla bellezza del camminare insieme agli abitanti, dell’ascoltare i loro racconti semplici e profondi. È lì, afferma, che questa storia trova uno spazio di verità.

Quella di Maria Domenica Lazzeri è una storia che parla di fede nel senso più completo. E, in un tempo segnato da tensioni profonde, torna a ricordare il valore della preghiera, dell’affidamento, della pace da costruire anche a partire da un piccolo gesto interiore. Come ha ricordato il Papa, basta un pizzico di fede per costruire insieme la pace. Forse è anche per questo che la mistica continua a oltrepassare confini e religioni: perché alcune vite, persino quando sembrano inchiodate al dolore, sanno ancora generare luce.

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